Data center in Italia: l’IA spinge la densità, ma la rete elettrica resta il limite
di Alberto Falchi pubblicata il 03 Luglio 2026, alle 12:26 nel canale Cloud
Le richieste di connessione crescono, Milano resta il baricentro e il raffreddamento pesa sempre di più nei progetti. Per Georg Fischer la crescita passerà da liquid cooling, recupero del calore e impianti progettati sul territorio
L’IA sta cambiando il modo in cui vengono progettati i data center. Non solo perché aumenta la domanda di capacità di calcolo, ma perché porta più potenza nei rack, più calore da smaltire e più energia da far arrivare agli impianti. La crescita non si misura più soltanto in metri quadrati o in numero di server. Dipende dalla disponibilità di corrente, dalla qualità dei sottoservizi e dalla capacità degli impianti di raffreddamento di lavorare senza fermarsi.
È il terreno su cui opera Georg Fischer, multinazionale svizzera con oltre 200 anni di storia, attiva nell’impiantistica industriale e infrastrutturale. Nei data center GF porta sistemi di raffreddamento, soluzioni prefabbricate e supporto alla progettazione. Non il singolo componente da installare a valle, ma una parte dell’architettura impiantistica.
Per Enrico Lucchin, Business Developer Cooling and Data Center di Georg Fischer, il salto di densità impone di guardare ai data center in modo più concreto. Server, chiller, tubazioni, centrali termiche e rete elettrica non possono più essere letti separatamente. Soprattutto quando il raffreddamento a luquido porta acqua vicino ad apparati elettrici ad alta densità. “Parliamo di portare acqua a raffreddare qualcosa dove c'è corrente elettrica. La sicurezza di quello che proponi deve essere assoluta”, spiega Lucchin.
La domanda cresce e la rete deve tenere il passo
In Italia le richieste di connessione per nuovi data center sono arrivate a valori molto elevati, nell’ordine di decine di gigawatt. Ma tra la richiesta di allaccio e il cantiere c’è una distanza ampia. Bisogna verificare se il progetto è realizzabile, se l’area è servita, se la rete può reggere il carico e in quali tempi.

“[I costruttori] Possono volere e pretendere la Luna, dopo bisogna tenere presente quali sono le reali possibilità di realizzazione”, dice Lucchin. La questione della disponibilità di energia elettrica entra quindi in ogni nuovo progetto. Terna sta lavorando sul potenziamento delle linee, ma i tempi non sono immediati. E anche una rete di distribuzione più robusta non sarà sufficiente se non cresce di pari passi anche anche la produzione energetica. I data center si sommano a una domanda già in aumento: industria, elettrificazione dei processi, mobilità, nuovi carichi digitali. “È il punto di domanda più grande”, afferma Lucchin. “Al di là che io mi organizzi per distribuire, devo avere la materia prima, che è l’energia. Dove si andrà in termini di produzione è una bella sfida: nucleare, biomasse, rinnovabili, ci sono proposte in ogni direzione”.
Per questo non tutte le richieste diventeranno automaticamente data center. Alcuni progetti dovranno essere ridimensionati, altri spostati, altri ancora resteranno studi di fattibilità. La domanda c’è. La selezione la faranno energia disponibile, tempi di connessione e sostenibilità economica dell’intervento.

Milano resta centrale, ma non può assorbire tutto
Milano è ancora il polo italiano più maturo per chi vuole realizzare un nuovo data center. Qui si concentrano connettività, aziende, domanda cloud, competenze e una filiera abituata a lavorare su questi progetti. È anche l’area dove il mercato si è organizzato prima e dove gli investitori continuano a guardare con più attenzione. “Milano in questo momento è l’area italiana più organizzata, ma anche più densa di attività data center”, osserva Lucchin.
Questa concentrazione, però, non può crescere all’infinito. Ogni nuovo impianto porta con sé richieste importanti di potenza, raffreddamento, spazio e servizi. Per questo la mappa italiana si sta allargando. Lucchin cita Genova, Padova, Roma e Torino: aree dove sottoservizi, infrastrutture e posizione possono sostenere nuovi insediamenti.
Non si muovono solo gli hyperscaler. Accanto ai grandi campus stanno prendendo forma data center medi e piccoli, costruiti da aziende che iniziano a considerare la capacità digitale come un asset. Non più solo un costo interno per archiviare dati, ma una risorsa da usare per sé e, in parte, da mettere a disposizione di terzi. “Un investimento per archiviare dati, preso da solo, è un costo nudo e crudo. Oggi posso ragionarlo anche come piattaforma da noleggiare”, spiega Lucchin.

GF ha lavorato su un data center a Verona costruito per il fabbisogno interno dell’azienda. Il progetto successivo, in provincia di Treviso, avrà un’impostazione più ampia: servire l’impresa e aprire una parte della capacità al mercato.
Il calore può rientrare nel circuito urbano
Il raffreddamento resta una delle voci più pesanti nella gestione di un data center. Il calore prodotto dai server deve essere rimosso, ma non sempre deve essere semplicemente disperso. Dove esistono reti di teleriscaldamento, può essere recuperato e riutilizzato.
Lucchin cita il caso di Brescia, dove GF ha lavorato con A2A e con uno studio di progettazione per trasferire il calore di un data center a una rete già esistente. Non abbastanza per alimentare una città. Abbastanza, però, per evitare che una parte dell’energia termica venisse buttata all’esterno. “Da un data center siamo riusciti a sfruttare il calore che diversamente avremmo dovuto dissipare per alimentare una rete che serviva alcune abitazioni”, racconta.
Il valore di questi interventi dipende molto dal contesto. Se la rete di teleriscaldamento è già presente, il recupero del calore può diventare una parte del progetto. Se va costruita da zero, il ragionamento cambia. In ogni caso, il dato interessante è che il data center non viene più visto solo come un carico energetico, ma anche come una fonte termica da integrare, quando possibile, con le infrastrutture urbane.
Il raffreddamento a liquido porta nuovi materiali negli impianti
L’aumento della densità spinge verso il raffreddamento a liquido. E quando cambia il raffreddamento, cambiano anche le scelte impiantistiche. Le tubazioni metalliche hanno dominato per anni, ma oggi peso, manutenzione, corrosione, condensa e tempi di installazione incidono direttamente sulla gestione del data center.

GF propone sistemi in materiale plastico preisolato, come COOL-FIT. A Milano l’azienda è intervenuta su un data center di circa quindici anni, sostituendo soluzioni tradizionali e inserendo una nuova linea per supportare l’ampliamento dell’impianto. “Abbiamo inserito COOL-FIT, un sistema preisolato molto più leggero del ferro, libero da ogni tipo di manutenzione e con una proiezione di lifetime superiore rispetto alle applicazioni di quindici anni fa”, spiega Lucchin.
Il passaggio non è automatico. Progettisti e installatori conoscono il ferro, si fidano del ferro e spesso preferiscono restare su ciò che hanno sempre usato. Ma nei data center ad alta densità questa abitudine pesa di più. Ogni fermo, ogni intervento di manutenzione, ogni criticità sulla linea di raffreddamento può avere un impatto diretto sulla continuità del servizio. “Il materiale plastico lo devi per forza considerare”, dice Lucchin. “Il ferro può crearti limitazioni che non ti puoi permettere in un data center, che lavora 365 giorni l’anno, H24”.
Gli hyperscaler arrivano con pacchetti chiusi. La filiera locale lascia più spazio
I grandi hyperscaler arrivano in Italia con architetture già definite. Hanno standard globali, team interni, procedure consolidate e margini ridotti per modificare il progetto. Non significa che trascurino sostenibilità o efficienza. Significa che spesso hanno già scelto come costruire, con quali criteri e con quali fornitori. “Gli studi di sostenibilità, risparmio energetico, dissipazione del calore e consumo di energia li hanno già ben chiari. Sono idee determinate e abbastanza chiuse”, spiega Lucchin.
Con operatori italiani, studi di progettazione e installatori locali, il lavoro è diverso. Si discute di recupero del calore, centrali termiche, materiali, manutenzione, ammortamenti e riduzione dei consumi. Il percorso è più lungo, richiede più calcoli e più confronto, ma permette di adattare l’impianto al territorio.
Un data center a Milano non ha gli stessi vincoli di uno a Padova, Torino, Roma o Genova. Cambiano la disponibilità energetica, i sottoservizi, le temperature esterne, gli spazi, le reti esistenti e le possibilità di recupero termico. È su queste differenze che la progettazione può incidere.
Il mercato non rallenta, ma serve più coordinamento
Per ora i progetti continuano. Gli studi di progettazione lavorano su iniziative di taglia diversa e la spinta dell’IA aumenta la richiesta di capacità. Il rischio non è la mancanza di domanda: è che la domanda corra più veloce della rete, delle autorizzazioni e della produzione elettrica. “Questa crisi è solo annusata, non respirata”, dice Lucchin. “I polmoni sono ancora pieni d’aria, ma non così grandi. Il numero di progetti tra studi di progettazione, hyperscaler e owner è tantissimo”.
La crescita dei data center italiani passerà quindi da un equilibrio più difficile di quello visto finora. Serviranno investimenti privati, potenziamento della rete, nuova capacità elettrica, autorizzazioni più chiare e impianti progettati meglio. L’IA spinge la domanda. Ma a decidere dove si costruirà davvero saranno elementi molto meno visibili: corrente disponibile, tubazioni, centrali termiche, sottoservizi e tempi di connessione.











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4 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infopossiamo recuperare il calore ?.. si.. 4-5 mesi all'anno FORSE... e gli altri 8-7 ?
vogliamo ricordare che se possiamo scaldare un paese di 10 mila case in inverno allora vuol anche dire che in estate abbiamo riscaldato l'ambiente come 10 mila case invernali in più ?
tanto per citarne uno di problemi.. e in italia abbiamo un esubero vergognoso di energia da FV (che insistiamo come scemi ad autorizzare) ma un datacenter non lavora 1.200 ore/anno... le altre 7 mila ore che si fa ? .. iniziamo ad autorizzare datacenter che vanno solo se ci sono esuberi di energia ?
boh.. forse dovremmo ragionare prima se vogliamo salvare il mondo o spremere il pianeta e poi, decisa la strada, seguirla.. ma qua si stanno facendo due cose opposte senza senso.. costringere la gente a fare case in classe A++++++++ e poi autorizzare datacenter che consumano come acciaierie e scaldano come città ?
Se va bene usano batterie di accumulo, oppure generatori diesel o a turbina che entreranno in funzione "in caso di emergenza" (incluse le emergenze permanenti che si verranno a creare).
In pratica lo stesso "trucco" già usato da Meta ed xAI in USA.
Notare che i gruppi elettrogeni "di emergenza" hanno minori limitazioni su inquinamento e rumore rispetto ad una centrale termielettrica di pari potenza complessiva.
E perchè no?
Se vuoi usarli per fare gattini nell'ora di punta, paghi 10x quello che pagheresti a farli offpeak.
Perchè no.
Chi è capace a programmare il proprio lavoro e la propria attività dovrebbe essere in grado di spostare i carichi IA negli orari più opportuni.
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