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Il cloud ibrido al centro delle strategie aziendali. Così Aruba Cloud accompagna le aziende nella repatriation di dati e carichi di lavoro
di Redazione pubblicata il 02 Dicembre 2025, alle 11:21 nel canale Cloud
Sempre più imprese rivalutano l’adozione del cloud pubblico a favore di soluzioni ibride, per motivi di sovranità dei dati, performance e costi più prevedibili. Il modello proposto da Aruba Cloud punta su infrastrutture italiane, standard aperti e sovranità by design. Massimo Bandinelli, Marketing Manager, e Luca Spagnoli, Field CTO, ci spiegano l’offerta di Aruba Cloud per riprendere il controllo dei propri dati
Riportare sul cloud privato alcuni workload che prima giravano su cloud pubblico. Questa, in estrema sintesi, la definizione di repatriation dei dati. Un fenomeno in crescita, spinto dalla maggior consapevolezza delle aziende, dalle norme europee che impongono di gestire certi dati con una certa cautela, evitando di trasferirli verso server al di fuori dell’UE. Ma anche da altre esigenze, come per esempio per ottimizzare le performance, assicurandosi che specifici dati siano conservati il più vicino possibile a dove sono poi utilizzati.
Come spiega Massimo Bandinelli, Marketing Manager di Aruba Cloud, “questo non significa tornare indietro: è un’evoluzione strategica”. Per riprendere il controllo su alcune applicazioni, e anche per ridurre i rischi. Dando anche maggiore stimolo all’innovazione. Per questo motivo, il cloud ibrido è una direzione presa da un numero crescente di aziende.
Il cloud pubblico non è la soluzione a tutto
Secondo una definizione abbastanza condivisa, il cloud non è altro che il computer di qualcun altro. Tecnicamente, effettivamente, è così. Non c’è nulla di male in questo, ma per certi carichi di lavoro affidarsi a piattaforme sulle quali non si ha il totale controllo, può presentare delle criticità. A partire dalla conformità normativa, come detto. “La sovranità è uno dei motivi principali per la repatriation”, dice Bandinelli. Pensiamo al GPDR, che impone alle imprese di non far uscire i dati considerati sensibili dal territorio UE. “Alcune garanzie sono disponibili solamente per servizi di cloud privato”, afferma il manager. Sotto questo profilo, Aruba Cloud ha progettato la sia architettura tenendo in mente il concetto di privacy by design: infrastrutture italiane, azienda italiana, personale italiano. Ma anche di performance: sul cloud privato è possibile implementare configurazioni molto specifiche, che vanno a rispettare anche i requisiti più stringenti in termini di affidabilità.

Per questo motivo sempre più aziende stanno costruendo le proprie infrastrutture proprio attorno alle specifiche applicazioni. Infine, il cloud privato offre maggiori garanzie sulla conformità. Riportare i dati in casa riduce il rischio del lock in, cioè di dover rimanere legati a lungo a uno specifico fornitore. Per la difficoltà di spostare i carichi di lavoro su altre infrastrutture, o per i costi del trasferimento dei dati. “Nella creazione del public cloud, fin dall’inizio gli obiettivi erano chiari: agilità, scalabilità, flessibilità”, dice Luca Spagnoli, Field CTO di Aruba Cloud. “Col passare del tempo, però, le aziende si sono trovate ad affrontare un limite di questo approccio: il lock in tecnologico”. In alcuni casi, i servizi dei provider si affidano a logiche ad API proprietarie, che rendono difficile rimpatriare i propri carichi di lavoro, e soprattutto rendono questa operazione molto costosa, “vanificando i benefici dell’adozione del cloud pubblico” afferma Spagnoli. Fatto che, per l’appunto, sta spingendo molte imprese a rivalutare le modalità di adozione del cloud. Aruba Cloud va incontro a queste esigenze con un’infrastruttura basata su standard di mercato e software open source, garantendo ai clienti infrastrutture e servizi aperti, trasparenti interoperabili e “con costi prevedibili”, sottolinea Spagnoli. E la prevedibilità dei costi è un tema chiave. La “promessa” del cloud era quella di eliminare gli investimenti in capitale, concentrando tutto sugli Opex, le spese operative, garantendo così più agilità e scalabilità e costi inferiori. Ed è stata mantenuta, anche se solo in parte. L’agilità e la scalabilità sono caratteristiche chiave, ma non sempre i costi sono inferiori. In certi casi, è capitato che le spese operative andassero fuori controllo, tanto che alcune aziende hanno deciso di tornare a elaborare almeno alcuni dati on premise o sul cloud privato proprio perché farlo sul cloud pubblico non era conveniente dal punto di vista economico.
Repatriation: quali carichi di lavoro conviene riportare in casa?
“Ci sono workload che non sono pensati per essere eseguiti sul cloud pubblico”, dice Spagnoli, parlando dei costi che le aziende si trovano ad affrontare quando eseguono i loro carichi di lavoro sulla “nuvola”. Costi per le infrastrutture di calcolo, di storage, i costi operativi per la governance, per la formazione del personale.

Per questo le aziende dovrebbero porsi sempre una domanda: “quanto posso permettermi di spendere per l’agilità e per l’innovazione?” Per questo motivo Aruba Cloud si basa sin dalla nascita su un modello ibrido, che offre al cliente maggiore scelta. “Le aziende possono confrontare, valutare e scegliere liberamente l’approccio migliore per il loro business”, afferma Spagnoli.
Riportando parte dei dati e dei carichi di lavoro in casa, le imprese hanno la possibilità di ripensare l’architettura in ottica ibrida, e per supportarle Aruba Cloud, come detto, offre standard aperti, così da facilitare queste operazioni. Secondo Spagnoli, un esempio qu questo approccio lo troviamo nei container, Kubernetes in particolare, dato che le applicazioni a microservizi possono essere spostare con agilità da un’infrastruttura all’altra, non legandosi a specifiche funzioni offerte dai singoli provider. Una dimostrazione, secondo Spagnoli, di come “la tecnologia è al servizio della strategia, e non il contrario”.











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