Divario digitale, rincari energetici e norme complesse frenano l'adozione dell'IA in Italia
di Alberto Falchi pubblicata il 07 Settembre 2026, alle 16:23 nel canale IA business
Uno studio di AWS e TEHA analizza i principali fattori che influenzano la capacità dell’Italia di attrarre investimenti high-tech e le condizioni che consentono alle imprese di sviluppare, adottare e scalare tecnologie avanzate, tra cui cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, data center e automazione
Non è un Paese per giovani. Potremmo sintetizzare così, con un riferimento ai fratelli Coen, quanto emerge dallo studio “Sbloccare il futuro” realizzato da TEHA, Amazon e AWS in occasione del forum The Europan House Ambrosetti che si è tenuto a Cernobbio.
Lo scenario non è certo esaltante: nonostante all'Italia non manchino asset industriali, scientiici e tecnologici, in relazione al PIL investiamo meno di altri Paesi UE, faticando così ad accelerare sul fronte digitale e ad attrarre talenti. Ma c'è ancora la possibilità di invertire la rotta se si concentrano gli sforzi in tre ambiti: migliorare il sistema energetico, puntare sulle competenze e snellire e semplificare la burocrazia.
Sul digitale l'Italia rimane ancora indietro: è ora di accelerare
L'Italia non è in assoluta restia all'adozione delle nuove tecnologie. Il problema è il divario di adozione del digitale. Se nel 2025 le gradi imprese hanno mostrato un’intensità digitale alta o molto alta nell’82% dei casi, se si passa alle medie imprese il valore scende al 61% per crollare al 34% nelle piccole realtà. Queste ultime, però, rappresentano la maggior parte del tessuto produttivo e industriale italiano.

Secondo lo studio di AWS e TEHA, il principale scoglio è dovuto al costo dell'energia, che frena gli investimenti ed espone maggiormente le imprese del Bel Paese alla volatilità dei mercati internazionali. Il costo dell'energia infatti pesa in Italia mediamente il 30% in più della media europea, riducendo di conseguenza di molto le risorse che si potrebbero destinare all'innovazione. La ricerca indica nello sviluppo delle rinnovabili una possibile soluzione per abbattere i prezzi e ridurre la dipendenza dall'estero per l'importazione di energia, ma anche qui c'è un intoppo gli iter autorizzativi sono lunghissimi - rispetto alla Germania servono 18 mesi in più per ottenere un permesso fotovoltaico - e le leggi cambiano di frequente, rendendo complicata una programmazione.

E qui arriviamo al secondo punto evidenziato dal report: le leggi che frenano la crescita. Non si tratta però di semplice allergia alle regole, anzi: la difficoltà è far applicare queste regole: "l'Italia ha 160.000 leggi – circa 23 volte più leggi della Francia - e 1 legge su 5 approvata nelle ultime legislature è rimasta lettera morta, ferma ad aspettare i decreti attuativi. Ad oggi ci sono circa 3 miliardi di euro di risorse pubbliche bloccate dalla burocrazia attuativa", si legge nel comunicato stampa che accompagna lo studio.
Un esempio pratico è relativo all'AI Act, un problema non solo italiano ma comune a tutti i Paesi dell'eurozona. Circa il 68% delle imprese fatica a comprendere quali siano esattamente gli obblighi che scaturiscono da questa norma. Regole che tra l'altro tendono a cambiare spesso, rendendo ancora più difficile progettare investimenti a lungo termine su una tecnologia che cambia con estrema rapidità. Una velocità tale che rende quasi impossibile creare norme efficaci, comprensibili e durature.

Infine, rimane l'annoso problema delle competenze, anzi, della mancanza di queste. In Italia la percentuale di laureati è del 40% inferiore alla media UE, con il risultato che 3 aziende su 5 faticano a trovare le persone giuste: intervenire sulla formazione diventa a questo punto un imperativo.
Come uscirne? La soluzione di TEHA e AWS
“Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi”, evidenzia Alec Ross, che ha contribuito alla ricerca. “e con ogni nuova regolazione c’è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili. Il problema, quindi, non è una mancanza di capacità. È che troppo spesso costringiamo imprese e investitori a spendere tempo ed energia per attraversare il sistema invece che per costruire, innovare e crescere. Dobbiamo cominciare a togliere sassi dallo zaino perché oggi la velocità con cui un Paese riesce a decidere e ad agire è parte della sua competitività”.
Alla luce dei dati emersi, la ricerca individua alcune priorità di intervento. La prima riguarda l’energia: per accelerare lo sviluppo di nuova capacità rinnovabile servono procedure autorizzative molto più rapide, con sportelli unici realmente operativi, scadenze certe e forme di silenzio-assenso, affiancate da incentivi selettivi agli investimenti in nuova capacità energetica sostenibile e competitiva. Un secondo fronte riguarda i grandi progetti high-tech. In questo caso la proposta è introdurre un iter autorizzativo unico, affidato a un interlocutore governativo incaricato di coordinare tutte le competenze coinvolte, dall’urbanistica all’ambiente, dall’energia alla fiscalità fino al lavoro. L’obiettivo è superare la frammentazione attuale e garantire procedure omogenee su tutto il territorio nazionale.
Come spiega Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di TEHA Group, “la semplificazione deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio, accelerando l’adozione dei decreti attuativi, riducendo la stratificazione delle norme e prevenendo forme di gold plating nazionale. Allo stesso tempo, è necessario rafforzare ITS Academy, percorsi STEM, reskilling e upskilling nelle competenze digitali avanzate, attraverso partnership strutturate tra sistema educativo, università e imprese. Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le PMI, la ricerca indica infine l’opportunità di introdurre incentivi mirati all’adozione di intelligenza artificiale e cloud e di rafforzare l’ecosistema delle startup, attraverso venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più rapide per l’attrazione dei talenti internazionali”.
“In Italia abbiamo scelto di investire: oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017, verso l'obiettivo di 200.000 studenti STEM entro fine 2026. Oggi il cloud mette la stessa potenza di calcolo e di intelligenza artificiale nelle mani di una startup come di una grande azienda, con un modello pay-per-use e senza barriere di ingresso. Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima. È questo il passo che può trasformare il potenziale italiano in crescita reale”, commenta Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia.










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