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Vertiv: data center, la corsa dell’IA spinge gli investimenti. Ma rete elettrica e competenze restano i veri colli di bottiglia

di pubblicata il , alle 14:42 nel canale Innovazione Vertiv: data center, la corsa dell’IA spinge gli investimenti. Ma rete elettrica e competenze restano i veri colli di bottiglia

La nuova legge della Lombardia punta su brownfield, fonti rinnovabili e limiti all’utilizzo delle risorse idriche, mentre la domanda cresce sull’onda dell’intelligenza artificiale. Per il settore pesano i tempi di connessione alla rete, la necessità di nuovi impianti di generazione elettrica e il coinvolgimento delle utility

 

Milano è la capitale italiana dei data center. Proprio in quest’area si concentra la maggior parte di queste infrastrutture, più o meno i due terzi di tutte quelle presenti in Italia, tanto che la Regione Lombardia a fine maggio ha emanato una legge per regolamentare il fenomeno. Non per limitarlo, sia chiaro, ma per mettere dei paletti e contenere l’impatto sull’ambiente e sulle comunità locali. Una legge che impone di privilegiare i brownfield, cioè impianti dismessi e abbandonati, per costruire nuovi data center, impone limiti specifici sul consumo di acqua (quella utilizzata per il raffreddamento non potrà essere prelevata dagli acquedotti comunali) e sull’approvvigionamento energetico, che dovrà privilegiare le fonti rinnovabili. Un tema di estrema importanza, soprattutto se si considera il fatto che nei prossimi anni ne vedremo costruire molti altri, con la domanda spinta dall’IA.

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Ma qual è il reale impatto di queste infrastrutture sull’ambiente? E perché la maggior parte è concentrata in Lombardia, soprattutto a Milano? Abbiamo approfondito l’argomento in occasione di un incontro con Andrea Faeti e Federico Mastroleo, rispettivamente Sales Director Enterprise Accounts e Senior Sales Director EMEA di Vertiv.

Data center: perché la maggior parte è situata nei pressi di Milano?

Quando si deve realizzare un’infrastruttura complessa ed energivora come un data center, il posizionamento è un aspetto critico. Vanno costruiti in aree dove c’è la disponibilità di energia e connettività, naturalmente. E sotto questo profilo, Milano è una scelta ideale per la presenza di numerose industrie (e quindi centrali elettriche) e in quanto Milano è uno degli snodi centrali per la connettività in Italia. Questa è una condizione necessaria ma non sufficiente, però: è anche fondamentale la presenza di competenze specifiche in questo ambito. E proprio in Lombardia si concentra la maggior parte delle persone (non tantissime, a dire la verità) che hanno maturato le conoscenze approfondite necessarie per operare queste complesse infrastrutture. “I nuovi data center si costruiscono prevalentemente dove ne esistono già altri, perché lì si trova il know-how di tutta la filiera e la manodopera specializzata per farli funzionare”, sottolinea Faeti.

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Ed è uno dei motivi per cui la Puglia, che ha un significativo surplus energetico dovuto prevalentemente all’elevata concentrazione di impianti di generazione da rinnovabili, non è così interessante per chi costruisce data center.

Data center: numerose richieste di allaccio, ma l’implementazione procede a rilento

Le richieste di autorizzazione per nuovi data center sono numerosissime, eppure si procede ancora lentamente nella costruzione. A maggio, per capirci, la richiesta ammontava a ben 79 GW. Per capire l’entità del dato, basti pensare che a oggi la produzione totale italiana ammonta a 137,6 GW.  Non stupisce insomma che le connessioni effettivamente realizzate (il deployment) siano meno del 5% delle domande. I motivi sono numerosi. Da un lato, la burocrazia che frena, anche se un nuovo decreto legge in lavorazione potrebbe snellire l’iter, riducendolo a soli 13 mesi. Ma non basta snellire le procedure autorizzative: non è pensabile di collegare campus da decine di megawatt come se nulla fosse. La rete elettrica non reggerebbe il carico. Di conseguenza, è anche necessario aspettare che Terna, che gestisce la rete di distribuzione elettrica italiana, dia il via per le nuove costruzioni. Proprio per questo motivo secondo Faeti “è fondamentale l'ingresso e il coinvolgimento strategico delle utility dell'energia” in questa partita. Le aziende energetiche dovrebbero, secondo Vertiv, collaborare maggiormente all’ecosistema, costruendo nuove centrali per la produzione di energia. Centrali che non possono basarsi esclusivamente sulle rinnovabili, che hanno un ruolo fondamentale, ma da sole non potranno mai bastare, prima di tutto perché sono fonti discontinue. Utilizzare batterie per l’accumulo è, a oggi, impensabile, visti i costi elevatissimi dei sistemi BESS (Battery Energy Storage System) di queste dimensioni. Sono insomma fondamentali delle centrali a gas a ciclo combinato, dato che il nucleare, nonostante la aperture del Governo, non può essere implementato in tempi brevi.

Data center e consumo di acqua: mito o realtà?

Un tema che viene spesso sollevato è quello del consumo d’acqua: i più critici verso queste infrastrutture sostengono che possano creare danni enormi alle comunità locali e anche all’agricoltura. Questo, però, non è sempre vero, anzi, secondo Mastroleo è un allarmismo ingiustificato.

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È vero che non mancano esempi, soprattutto negli USA, dove la costruzione di nuovi data center ha comportato problemi di approvvigionamento idrico per le comunità che vivono nei pressi del data center, ma si tratta di casi particolari. “Questi scenari apocalittici non rappresentano la realtà e, soprattutto, non sono applicabili all’Italia”, afferma Mastroleo. La questione è molto semplice: si opta per sistemi di raffreddamento a liquido in quanto sono più efficienti delle soluzioni ad aria, e per raffreddare data center che contengono centinaia di rack che possono consumare anche 100 kW ciascuno, non ci sono alternative. Ma i sistemi di raffreddamento a liquido sono di due tipi: quelli adiabatici e quelli non adiabatici. I primi prevedono l’evaporazione del liquido e, di conseguenza, uno spreco. I secondi, invece, sono a circuito chiuso e di conseguenza il consumo di acqua è trascurabile. E sono proprio questi ultimi quelli utilizzati nella stragrande maggioranza dei casi nel nostro Paese.

I sistemi di raffreddamento a liquido poi hanno un vantaggio non trascurabile: questa tecnologia scalda l’acqua, anche fino a 50°, che può essere quindi utilizzata per fornire calore alle aziende e alle abitazioni che si trovano nei pressi del data center, tramite il teleriscaldamento. Va però sottolineato che non è automatico poter usare il teleriscaldamento nei pressi di ogni infrastruttura di calcolo: affinché funzioni, è necessario costruire abitazioni e tubature concepite appositamente per lo scopo (come si è fatto a Brescia molti anni fa). Fare il retrofit di un edificio tradizionale potrebbe non essere conveniente dal punto di vista economico ed energetico.

Il progresso non si può fermare, ma serve maggiore collaborazione con le istituzioni, le utility, il territorio

Lo sviluppo dei data center ha superato la dimensione puramente tecnologica per trasformarsi in una questione strategica che necessita di un vero e proprio "patto sociale" con il territorio. Come emerso durante l’incontro, secondo Vertiv è indispensabile una sinergia tra operatori, utility dell'energia e istituzioni politiche per definire un piano nazionale condiviso. Solo attraverso questa alleanza si potrà garantire la sovranità dei dati, arginare la disinformazione sul tema e restituire valore alle comunità locali, trasformando queste infrastrutture essenziali in un motore di innovazione sostenibile sia economicamente sia sotto il profilo ambientale.

2 Commenti
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giovanni6912 Giugno 2026, 16:16 #1
"Questi scenari apocalittici non rappresentano la realtà e, soprattutto, non sono applicabili all’Italia”...

quindi negli US non sanno usare il raffreddamento liquido a circuito chiuso e sono tutti ignoranti sul tema acqua?
Alberto Falchi12 Giugno 2026, 18:52 #2
Originariamente inviato da: giovanni69
"Questi scenari apocalittici non rappresentano la realtà e, soprattutto, non sono applicabili all’Italia”...

quindi negli US non sanno usare il raffreddamento liquido a circuito chiuso e sono tutti ignoranti sul tema acqua?


Ci sono due motivi. Uno, non hanno regole così stringenti sulla sostenibilità, al contrario dell'UE. Ma soprattutto, i sistemi adiabatici (con evaporazione) risultano estremamente efficaci coi climi caldi e secchi. Con l'umidità tipica di Milano, sarebbero molto meno efficienti. Da noi, ha più senso usare sistemi senza evaporazione, che rappresentano praticamente la totalità di tutti i data center italiani.

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