L’IA accelera gli attacchi, le PMI imparano a convivere con il rischio: Threat Report e Cyber Readiness Index ESET
di Vittorio Manti pubblicata il 17 Luglio 2026, alle 11:51 nel canale Security
A Milano ESET ha presentato il Threat Report del primo semestre 2026 e l’SMB Cyber Readiness Index 2026, due studi che raccontano un’IA capace di rendere gli attacchi più rapidi e credibili. Nelle PMI cresce la fiducia ma rimangono delle lacune di base
L’intelligenza artificiale non ha ancora prodotto una nuova generazione di malware autonomi, ma ha reso gli attacchi esistenti più veloci, più scalabili e più difficili da distinguere da un’interazione legittima. È la lettura che tiene insieme i due studi presentati da ESET a Milano il 14 luglio, il Threat Report relativo al primo semestre 2026 e l’SMB Cyber Readiness Index 2026, l’indagine condotta dall’azienda su 4.400 responsabili IT di piccole e medie imprese, 500 dei quali in Italia.
L’IA come acceleratore, non come nuova arma
Nel periodo compreso tra dicembre 2025 e maggio 2026 i ricercatori di ESET hanno analizzato quasi 900.000 skill di IA, i piccoli componenti funzionali che indicano a un agente quali strumenti usare e a quali dati accedere, individuando decine di migliaia di istanze sospette e migliaia di istanze apertamente malevole. Il dato, ha spiegato Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia, racconta un cambio di passo più che di natura: l’IA non ha creato tipologie di malware inedite, ma ha accelerato quelle già note e ha abbassato la soglia di competenza necessaria per sferrare un attacco.

La novità più concreta è PromptSpy, il primo malware per Android noto che integra l’IA generativa nel proprio codice di esecuzione, usandola per riconoscere il dispositivo colpito e decidere come attaccarlo. Il resto del quadro conferma la stessa direzione. La tecnica di social engineering nota come ClickFix, che sfrutta falsi messaggi di errore per indurre l’utente a eseguire uno script, si è estesa oltre le finte richieste CAPTCHA fino a pagine di assistenza costruite con l’IA e a scenari di autenticazione cloud. La sua variante ConsentFix punta al furto dei token, abusando delle autorizzazioni OAuth per dirottare account cloud senza rubare credenziali e aggirando spesso l’autenticazione a più fattori, con rilevamenti più che raddoppiati tra la seconda metà del 2025 e la prima del 2026. Cresce anche il phishing tramite codici QR, il cosiddetto quishing, che ha toccato livelli record e ha riguardato circa l’11% delle e-mail di phishing del semestre.
Il ransomware offre forse il dato più significativo. Gli attacchi continuano a crescere, ma la quota di vittime disposte a pagare il riscatto ha toccato i minimi storici, tra il 14% e il 28% secondo i riscontri incrociati di più fonti di settore. Il motivo, ha osservato Zaniboni, è una maggiore maturità delle aziende: backup più efficaci, strumenti di ripristino e la consapevolezza che pagare non garantisce nulla, e spesso espone a un secondo attacco. La risposta degli attaccanti sono gli EDR killers, strumenti pensati non più per nascondere il ransomware ma per disattivare i sistemi di rilevamento e risposta (EDR) che dovrebbero individuarlo, di cui ESET ha documentato oltre cento varianti diverse in contesti reali.
Percezione e realtà nelle PMI
La seconda parte dell’incontro ha spostato il baricentro dai laboratori al mercato. L’SMB Cyber Readiness Index 2026, illustrato da Michal Jankech, Global Vice President Enterprise, SMB & MSP di ESET, fotografa un atteggiamento in evoluzione. Le piccole e medie imprese non considerano più gli attacchi informatici come eventi rari riservati alle grandi organizzazioni. Il 45% delle aziende intervistate dichiara di aver subito un incidente negli ultimi dodici mesi, il 14% più di uno, e proprio chi ha già subito più violazioni mostra la fiducia più alta nella capacità di reagire (81%), segno che l’esposizione diretta produce approcci più realistici.

Il punto più delicato è il divario tra rischio percepito e rischio effettivo. Mentre il malware generato dall’IA domina il dibattito nei consigli di amministrazione e sui media, gli incidenti reali continuano a nascere da problemi noti: phishing, credenziali deboli, sistemi non aggiornati, monitoraggio insufficiente. Il phishing resta la causa più comune degli incidenti (26%), un dato coerente con la telemetria di ESET, secondo cui nel 2025 il 34% delle minacce apparteneva a questa famiglia. L’impatto pratico dell’IA, ha chiarito Jankech, riguarda oggi molto meno i malware autonomi e molto di più la capacità di generare campagne di phishing più numerose e credibili, al punto che un'email scritta dall’IA è ormai indistinguibile da una redatta da una persona, e le stesse tecniche permettono di clonare voce e video per simulare la telefonata di un amministratore delegato.
A rendere il quadro più fragile è la diffusione incontrollata dell’IA in azienda. Oltre il 70% delle organizzazioni ammette di usarla nell’operatività quotidiana, ma il 40% non ha regole interne per limitare la shadow IA, l’uso di strumenti non autorizzati che diventa un nuovo vettore di attacco.
Sul versante italiano la fotografia ha tratti particolari. Delle 500 PMI coinvolte, l’8% dichiara di aver subito più di un attacco nell’ultimo anno e il 27% almeno uno, mentre il 65% dice di non averne subiti o di non esserne a conoscenza. Il 75% si dice fiducioso nella propria resilienza, eppure le imprese italiane risultano tra le più preoccupate d’Europa. Una contraddizione solo apparente, su cui si è concentrata la discussione con i responsabili italiani dell’azienda.
Il nodo italiano: consapevoli ma non pronti
Per Fabio Buccigrossi, Vice President of South West Europe Sales di ESET, e per Samuele Zaniboni il dato va letto sul campo. Alla prima domanda quasi tutte le imprese rispondono di essere a posto, ma bastano poche domande più precise, sul monitoraggio fuori orario, sul tipo di infrastruttura, sull’autenticazione, perché quella sicurezza si riveli più percepita che reale. La consapevolezza è cresciuta, spinta anche dalla NIS2, ma essere conformi alla normativa non significa essere pronti a difendersi.
Il problema è strutturale. Negli anni molte PMI hanno ridotto il personale IT interno e oggi si trovano senza le competenze verticali necessarie, proprio mentre le linee produttive, in gran parte gestite da sistemi informatici, diventano il bersaglio. Bloccare la produzione di un’azienda manifatturiera equivale a bloccarne il fatturato: un attacco a un piccolo produttore può tradursi in una richiesta di riscatto di decine di migliaia di euro, ben oltre il costo di una protezione adeguata. Da qui il ruolo crescente dei partner e dei fornitori di servizi gestiti, gli MSP, chiamati a coprire ciò che l’azienda non può più gestire da sola.
Il monitoraggio continuo resta il vero nodo, perché pochissime imprese italiane presidiano le proprie reti 24 ore su 24, e altrettanto pochi sono i centri operativi di sicurezza in grado di offrire davvero questo servizio a costi sostenibili per le realtà più piccole. Su questo terreno ESET rivendica una differenza di approccio, con una console pensata per gli MSP che integra anche i servizi di rilevamento e risposta gestiti, l’MDR, nel rapporto tra rivenditore e cliente finale, anziché lasciarli a un contratto separato con il produttore.

Ma il filo che ha attraversato tutto l’incontro è la cultura. La sicurezza non si vende soltanto come tecnologia, va spiegata, e spesso il compito più difficile per un responsabile IT è motivare al vertice aziendale l’aumento della spesa. Per questo ESET ha affiancato ai propri servizi un modulo di formazione, il Cybersecurity Awareness Training, costruito su simulazioni di phishing che mettono alla prova gli utenti e li accompagnano in un percorso di consapevolezza. È il segnale di un interlocutore che cambia, perché accanto all’IT entrano in gioco le risorse umane e la direzione.
Sullo sfondo resta il tema della sovranità tecnologica. ESET, azienda europea a controllo privato, ha rivendicato la scelta di sviluppare modelli di IA propri, senza dipendere dalle piattaforme dei grandi gruppi statunitensi, grazie a un investimento da 40 milioni di euro annunciato dall’amministratore delegato Richard Marko a ESET World 2026 e destinato a rafforzare la ricerca, la sicurezza dei sistemi di IA e i centri operativi, tra cui due nuovi SOC europei. Nuove funzionalità di prevenzione, orientate anche al controllo degli agenti di IA e all’individuazione della shadow IA, sono attese nei prodotti nei prossimi mesi. La sovranità del dato, hanno sottolineato i manager, non è una moda, ma per un’azienda che si definisce europea da sempre la conferma di un percorso, reso oggi più sentito dalle tensioni geopolitiche.
La crescita del mercato italiano fa da sfondo anche a un cambio di scenario interno. Partita nel 2019 come filiale, ESET Italia conta oggi una cinquantina di persone e un fatturato passato da circa 3 a 23 milioni di euro, un risultato che è valso a Buccigrossi un incarico allargato a Francia, Spagna e Portogallo. Un’espansione che porta oltreconfine lo stesso modello di canale sperimentato in Italia, dove la sfida vera, più che tecnologica, resta trasferire cultura della sicurezza a un tessuto di imprese che solo ora impara a considerare i propri dati un bene da proteggere.











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