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Appena 9.000 imprese innovative in 25 anni: l'Italia resta indietro nella corsa all'innovazione

di pubblicata il , alle 17:31 nel canale Startup Appena 9.000 imprese innovative in 25 anni: l'Italia resta indietro nella corsa all'innovazione

Una nuova ricerca di The European House - Ambrosetti ha rilevato come l'Italia abbia generato pochissime imprese innovative nell'ultimo quarto di secolo, nonostante un tessuto produttivo che dovrebbe essere fertile

 

Negli ultimi 25 anni l'Italia è stata capace di generare appena 9.000 imprese innovative. Il numero è significativo per due ragioni: da un lato c'è il fatto che è meno della metà di quanto invece ottenuto da Germania, Francia e Spagna; dall'altro c'è che l'Italia è la prima economia in Europa per PMI manifatturiere. A rivelarlo è la ricerca "Le grandi tecnologie del futuro: nuovi paradigmi per ecnomia, sicurezza e società. Verso una strategia di techshoring per l'Italia" di The European House - Ambrosetti.

Italia prima per PMI manifatturiere, ma senza innovazione

Molto spesso capita, lavorando con piccole e micro-imprese, di sbattere contro un muro che sembra insormontabile: "abbiamo sempre fatto così". Un approccio che non tiene conto del fatto che il mondo, nel frattempo, è cambiato e continua a cambiare a un ritmo sempre più veloce, e che "fare così" non solo non assicura il successo, ma spesso nemmeno la sopravvivenza.

Eppure l'Italia ha molti numeri dalla sua parte: con 338.000 PMI manifatturiere, il nostro Paese è primo in Europa con un certo distacco (al secondo posto la Francia, con 257.000, seguita dalla Polonia, con 240.000). Sono presenti 115 distretti industriali, che mostrano una produttività media superiore del 20% rispetto alla media nazionale.

I poli italiani della tecnologia sono i soliti sospetti (Milano, Torino, Bologna, Roma), dove si registra anche la maggior parte dei brevetti, mentre i poli scientifici sono Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli, con una menzione per Pisa nel campo della robotica e dell'IA. Con l'eccezione di Napoli, il Sud sembra rimanere ai margini quando si parla d'innovazione.

L'abbondanza di imprese manifatturiere in Italia porta a pensare che ci sia terreno fertile per l'innovazione, ma non è così. Il problema è che i distretti industriali sono diminuiti del 36% negli ultimi vent'anni (erano 181), e che l'innovazione non arriva dalle piccole imprese, come spesso avviene nel modello di startup, ma invece dalle grandi aziende, nonostante queste siano solo l'1,3% del totale. Per avere un metro di confronto, negli ultimi 25 anni il Regno Unito ha generato 65.500 imprese innovative, mentre gli Stati Uniti (che però, va detto, hanno una popolazione pari a quella di Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna messe insieme) sono arrivati a 328.500.

Le ragioni alla base di questa differenza schiacciante con gli altri Paesi sono, ancora una volta, sempre le stesse. Tra queste c'è la tanto discussa "fuga dei cervelli", che vede emigrare 20.000 laureati in materie scientifiche su 119.000 in totale nel nostro Paese (che pure è quarto in Europa per numero di laureati in tali materie). Anche la domanda di lavoro arranca: secondo l'analisi di TEHA, solo il 2% delle offerte riguarda infatti quelle che TEHA definisce "tecnologie strategiche", ovvero energia e acqua, IA e quantistica, robotica e sistemi autonomi, biotecnologie e materiali avanzati, e difesa, spazio e sicurezza. Dall'altro lato, però, nonostante il mercato del lavoro si contragga dello 0,3% ogni mese, la domanda di professionisti specializzati nelle ultime tecnologie cresce del 4,2% mensilmente.

Come fare per cambiare?

Al di là di facili considerazioni sulle carenze della politica negli ultimi quarant'anni e della mancanza di visione, pianificazione e strategia da parte di ogni forza politica, TEHA propone tre punti principali in cui l'innovazione sembra incepparsi in Italia.

Il primo punto è il fatto che non c'è un collegamento diretto fra ricerche e brevetti, e dunque nonostante vengano fatti investimenti nella ricerca, non c'è poi un ritorno sotto forma di registrazione di brevetti (ambito, questo, dove le università anglosassoni invece eccellono). In Italia, solo il 3% della produzione scientifica diventa un brevetto.

Il secondo punto è la distanza tra brevetto e impresa: TEHA rileva come gli uffici di trasferimento tecnologico abbiano solo la metà del personale rispetto alla media europa e come tale personale sia di tipo legale, senza competenze di sviluppo del business.

Il terzo è la mancanza di crescita ed espansione da parte delle imprese. TEHA afferma che non manchi il capitale in senso assoluto (per quanto, come abbiamo visto, anche in questo campo siamo molto indietro rispetto agli altri Paesi), ma che manchi la specializzazione da parte dei fondi di venture capital nelle macrotendenze tecnologiche.

La ricerca di TEHA si conclude, dunque, con quattro obiettivi misurabili per orientare l'innovazione:

  • Riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica, che dovrebbero includere anche l'impatto industriale. Un simile criterio è adottato da Regno Unito, Francia e Germania, con quest'ultima che lega i finanziamenti pubblici a obiettivi di trasferimento tecnologico.
  • Potenziare le strutture che effettuano tale trasferimento tecnologico, cosicché diventino centri di sviluppo del business tramite figure in grado di effettuare scouting, matchmaking industriale e accompagnamento commerciale.
  • Assegnare KPI agli enti pubblici di ricerca come CNR, IIT ed ENEA rispetto a spin-off, brevetti e partnership industriali, eventualmente legando l'erogazione di fondi pubblici al raggiungimento di tali obiettivi.
  • Rafforzare l'ecosistema finanziario attraendo o costruendo fondi di venture capital specializzati nelle cinque aree strategiche.

Il problema insomma, come spesso viene ripetuto, è di sistema e, com'è noto, cambiare il sistema è come far virare una nave portacontainer: serve molta energia ed è, in ogni caso, un processo molto lento.

10 Commenti
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the_joe08 Luglio 2026, 17:47 #1
L'articolo presenta il fatto di essere al primo posto come numero di PMI che sono più piccole che medie, sia una cosa positiva, in realtà è molto negativa, perchè le piccole imprese per natura non possono avere la capacità di fare seriamente ricerca dove servono investimenti, non a caso vengono citate le città dove si fa ricerca che hanno anche le più importanti università d'Italia, alla fine il discorso è che le PMI fanno la produzione e le università la ricerca, per cui i guadagni vanno ai privati e le spese allo stato e le prospettive di impieghi seri e ben pagati per i laureati sono scarse, per cui se ne vanno allegramente all'estero con il doppio danno di avere impiegato risorse pubbliche per formarli e che impiegheranno le loro competenze per fare concorrenza alle imprese italiane.
Therinai08 Luglio 2026, 17:56 #2
Vabbuoh l'importante è che la mozzarella e il pecorino e il prosciutto li facciamo buoni.
the_joe08 Luglio 2026, 18:15 #3
Originariamente inviato da: Therinai
Vabbuoh l'importante è che la mozzarella e il pecorino e il prosciutto li facciamo buoni.


Si, e anche per quanto riguarda le imprese agricole vale lo stesso discorso dell'industria, troppe piccole imprese non potranno mai contare qualcosa a livello internazionale, ma parlare di cooperative è come bestemmiare in chiesa, poi arriva il primo straniero che ha 2 soldi veri e compra l'impresa già avviata.
xarz309 Luglio 2026, 09:33 #4
Ora vi presento una situazione reale:

- software dev con anni di esperienza che lavora come dipendente
- ha una idea per un software o un gioco, lo scrive, e ora vuole testare se ci sta mercato

Come si fa questa cosa banale in italia?

È un inferno.

1. Serve il nullaosta dell azienda, anche se si tratta di roba chiaramente non in conflitto di interessi perche la legge è scritta col xulo
2. Essendo attività commerciale vige l obbligo di p Iva anche prima di aver venduto un solo euro visto che si intende automaticamente come attività stabile e non occasionale se uno ha ad esempio un sito web
3. L p Iva forfettaria non si puo fare perche è vietata se si lavora come dipendenti con stipendio sopra i 35k
4. La p iva ordinaria obbliga ad avere registri contabili pec e decine di altri adempimenti burocratici che da soli costano 3k di commercialista all anno
5. Aggiungete gdpr e l avvocato per i terms of service che fanno da ciliegina sulla torta

Il tutto senza nemmeno aver fatturato un singolo euro.

Risultato: l idea uno la tiene nel cassetto e via.

Dovremmo solo vergognarci
the_joe09 Luglio 2026, 09:42 #5
...
the_joe09 Luglio 2026, 09:53 #6
Intesti l'azienda alla moglie o a un prestanome e vai via col vento.


A parte le battute, l'Italia è parecchio indietro in tutti i settori legislativi, ci sarebbe da fare una riforma completa, ma chiunque ci provasse avrebbe l'opposizione feroce della parte opposta e per questo non si farà mai niente di buono.
megamitch09 Luglio 2026, 11:16 #7
beh però non mischierei le cose. Le idee va bene ma se non si trovano i finanziamenti pure all'estero non è che fanno i miracoli.
the_joe09 Luglio 2026, 11:55 #8
Originariamente inviato da: megamitch
beh però non mischierei le cose. Le idee va bene ma se non si trovano i finanziamenti pure all'estero non è che fanno i miracoli.


Sicuramente non è mai facile, ma in Italia se non si costruisce un tessuto industriale medio grande, sarà sempre difficile trovare finanziamenti che non siano statali perchè una piccola/media impresa difficilmente avrà capitali ingenti da investire in ricerca e idem il sistema bancario se deve affidarsi a piccole imprese che possono fallire da un momento all'altro, saranno vincolate nel concedere credito.

La realtà è che il tessuto industriale italiano è debole nel mercato globale.
megamitch09 Luglio 2026, 12:10 #9
Originariamente inviato da: the_joe
Sicuramente non è mai facile, ma in Italia se non si costruisce un tessuto industriale medio grande, sarà sempre difficile trovare finanziamenti che non siano statali perchè una piccola/media impresa difficilmente avrà capitali ingenti da investire in ricerca e idem il sistema bancario se deve affidarsi a piccole imprese che possono fallire da un momento all'altro, saranno vincolate nel concedere credito.

La realtà è che il tessuto industriale italiano è debole nel mercato globale.


bah, guarda, non è vero.

la mia azienda quando ho iniziato a lavorare io eravamo meno di 15 dipendenti. Ora siamo in più di 150 con sedi all'estero. Abbiamo venduto un ramo di azienda anni fa, e adesso abbiamo accompagnato una azienda nata all'interno che abbiamo "incubato" a farsi finanziare da un venture capital. Idem per una azienda di cui siamo diventati partner.

Lavoriamo al 99% con aziende private.

Per cui, non è vero. Certo che se uno non investe in azienda ma la prima cosa che fa è prendersi gli utili per comprarsi il SUV da 100mila euro e la villa, chiaro che resta poco da investire.
the_joe09 Luglio 2026, 12:41 #10
Originariamente inviato da: megamitch
bah, guarda, non è vero.

la mia azienda quando ho iniziato a lavorare io eravamo meno di 15 dipendenti. Ora siamo in più di 150 con sedi all'estero. Abbiamo venduto un ramo di azienda anni fa, e adesso abbiamo accompagnato una azienda nata all'interno che abbiamo "incubato" a farsi finanziare da un venture capital. Idem per una azienda di cui siamo diventati partner.

Lavoriamo al 99% con aziende private.

Per cui, non è vero. Certo che se uno non investe in azienda ma la prima cosa che fa è prendersi gli utili per comprarsi il SUV da 100mila euro e la villa, chiaro che resta poco da investire.


Si conosco anch'io aziende che hanno avuto visione strategica ed hanno azzeccato il settore in cui operare ed espandersi, ma la maggior parte sono aziende piccole con la dirigenza composta dal proprietario che continuano a lavorare per inerzia e che una volta arrivati all'età della ragione (pensione) vendono al migliore offerente.

D'altra parte è scritto chiaramente anche nell'articolo che la situazione è questa, mica l'ho inventata io, io ne prendo soltanto atto.

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