Ericsson, il 5G è l’infrastruttura critica dove l’Europa ha ancora i suoi campioni
di Vittorio Manti pubblicata il 19 Giugno 2026, alle 17:21 nel canale TLC e Mobile
Il Mobility Report di giugno fotografa il sorpasso dei tre miliardi di abbonamenti 5G e l’ascesa del traffico in uplink. Per Andrea Missori il 5G è l’unico dei tre terreni tecnologici del decennio in cui l’Europa conserva una leadership, oggi minacciata dal ritardo del continente
Ericsson compie 150 anni, un traguardo raro nel settore tecnologico, dove la storia delle aziende si misura di norma in decenni e non in secoli. L’anniversario è caduto in concomitanza con l’uscita della nuova edizione semestrale del Mobility Report, lo studio sull’evoluzione delle reti mobili diventato negli anni un riferimento per operatori, analisti e concorrenti. A presentarne i dati, in un incontro con la stampa a Milano, è stato Andrea Missori, presidente e amministratore delegato di Ericsson Italia e responsabile dell’area Sud Europa ed Eurasia, che da tempo insiste su una tesi precisa: le reti mobili hanno smesso di essere un servizio accessorio e sono diventate l’infrastruttura su cui poggiano la competitività economica e la tenuta dei sistemi Paese.
Tre miliardi di abbonamenti e l’era dell’uplink
Il dato più significativo del report è il sorpasso della soglia dei tre miliardi di abbonamenti 5G nel mondo, arrivati a quota 3,1 miliardi: 660 milioni si sono aggiunti nel solo 2025 e altri 162 milioni nei primi tre mesi del 2026. Ericsson prevede che entro la fine del 2031 il totale arrivi a 6,4 miliardi, più del doppio di oggi. Già adesso quasi la metà del traffico dati mobile viaggia su reti 5G, quota destinata a salire all’85% entro il 2031. È una curva di adozione che, per rapidità, Missori colloca subito dietro a quella dell’IA, con una differenza non da poco: accedere all’IA richiede una qualsiasi connessione a internet, mentre il 5G ha bisogno di infrastruttura fisica, antenne e dispositivi compatibili.

Proprio su questo punto Missori introduce una distinzione che considera dirimente, quella tra il 5G dichiarato e il 5G vero. La prima generazione della tecnologia, quella non stand alone, si appoggia ancora alla rete 4G e in pratica non è molto più di un 4G accelerato. Il 5G stand alone, costruito invece su un’architettura completamente nuova, è ciò che abilita le caratteristiche distintive della tecnologia: latenza bassissima, maggiore resilienza e soprattutto la possibilità di differenziare la connettività, riservando a ciascun tipo di utenza o di applicazione una porzione di rete con qualità garantita. È la funzione che ha più valore per le imprese, piccole, medie e grandi, ancor più che per il singolo utente. Gli esempi che Missori porta sono volutamente concreti: la corsia dedicata che tiene in piedi i pagamenti con il POS quando in uno stadio gremito la rete è satura, oppure la banda riservata che permette alle telecamere di trasmettere durante un evento affollato. È un mercato in rapida crescita: le offerte commerciali basate su questo tipo di connettività sono aumentate di quasi un terzo in sei mesi, passando a livello mondiale da 65 a 84.
Il dato che Missori indica come il più significativo del report riguarda però la direzione del traffico. Per trent’anni le reti mobili sono state progettate in modo asimmetrico, con molta più capacità dedicata al download che all’upload: il presupposto era che gli utenti scaricassero soprattutto video, che ancora oggi pesano per il 75% del traffico complessivo. L’arrivo dell’IA sui dispositivi sta ribaltando questo equilibrio. Le telecamere di un veicolo a guida autonoma, i sensori di un robot, i visori per la realtà aumentata non scaricano dati, ne generano in quantità enorme nella direzione opposta, verso la rete. È quella che il report definisce l’era dell’uplink. Missori la racconta con l’immagine di un’autostrada costruita con otto corsie in una direzione e una sola, neppure larga, in quella contraria. In Italia il fenomeno è già visibile: secondo l’Osservatorio AGCOM, tra il 2023 e il 2025 il traffico in uplink è cresciuto del 68%, quasi il doppio del 36% registrato dal downlink. Ericsson stima che entro il 2031 l’uplink possa triplicare e, negli scenari di adozione più spinta dell’IA, arrivare a quintuplicare.
Le tre tecnologie del decennio
Missori inserisce il 5G in un quadro più ampio, quello delle tre tecnologie che a suo giudizio caratterizzano questo decennio: cloud, intelligenza artificiale e 5G. Non vanno lette separatamente, perché sono strettamente interconnesse. Il cloud distribuisce l’informazione dal centro verso la periferia, il 5G è l’infrastruttura che permette a dispositivi, edge e core di dialogare, l’IA si sta spostando con rapidità dai grandi data center verso i terminali. Nelle pagine del report, il direttore tecnologico di Ericsson, Erik Ekudden, scrive che la prossima transizione porterà nel mondo dell’IA fisica, con protagonisti robot, veicoli e ambienti urbani che ospitano agenti autonomi connessi via 5G. È uno scenario che richiederà reti molto più capienti di quelle costruite finora. Esiste poi il movimento inverso, quello che l’IA fa per la rete: Ericsson, che sviluppa tecniche di apprendimento automatico da molto prima che si parlasse di IA, ha affidato a un motore di IA l’ottimizzazione dello spettro, la risorsa più scarsa e costosa per qualunque operatore mobile, ottenendo in tempi rapidissimi risultati che un team di ingegneri raggiungerebbe in un anno di lavoro.

Il problema, nella lettura di Missori, è che l’Europa arriva impreparata a questo passaggio. Il 5G stand alone copre tra il 5 e il 6% delle utenze europee, contro punte dell’85% negli Stati Uniti e del 95% in Cina, mentre l’India ha saltato una generazione per accelerare. In Italia il ritardo è ancora più marcato: le radio aggiornate al 5G sono circa il 30%, contro paesi nordici ben oltre il 60%, e il primo operatore a lanciare un servizio stand alone è stato WindTre a fine 2025, con tecnologia Ericsson. Gli operatori italiani hanno speso circa 6,5 miliardi di euro per le frequenze 5G, il costo più alto d’Europa, e oggi le utilizzano solo in minima parte.
Dietro questo ritardo c’è un problema strutturale che Missori denuncia da anni e che ha ripreso nel confronto con i giornalisti presenti, Edge9 compresa. Le telecomunicazioni, ha osservato, sono l’unica commodity in deflazione sistematica: in Italia il prezzo medio del servizio è sceso nell’ultimo quindicennio mentre tutte le altre utenze sono cresciute. Un mercato segnato da concorrenza esasperata e da un numero di operatori eccessivo per le sue dimensioni non genera ritorni sufficienti a sostenere gli investimenti, come dimostrano la cessione della rete fissa di Telecom Italia, l’uscita di Vodafone dalla gestione diretta e la fusione tra Wind e H3G. Il risultato, ha sintetizzato, è che gli operatori hanno smesso di investire. Le ricette che indica, guardando a chi ha invertito la rotta come India, Regno Unito e Grecia, passano per il consolidamento del mercato, una revisione del costo delle frequenze legato a obblighi di copertura anziché a esborsi immediati, il riconoscimento dell’adeguamento delle tariffe all’inflazione e investimenti pubblici sui grandi verticali dello Stato, dalla difesa alla sicurezza pubblica fino a ferrovie ed energia.
C’è poi un nodo regolatorio che frena la differenziazione della rete. Il principio di net neutrality, nato negli Stati Uniti per proteggere i piccoli operatori, in Europa viene applicato con una rigidità che ostacola lo slicing, cioè la creazione di servizi a qualità differenziata sulla stessa infrastruttura. Negli Stati Uniti un operatore come T-Mobile gestisce già decine di servizi differenziati in parallelo, mentre in Europa, ha osservato Missori, si discute ancora se lo slicing sia praticabile. Il modello italiano prevede che l’operatore lanci il servizio e solo dopo ottenga l’autorizzazione, un ordine che scoraggia l’investimento; la proposta è ribaltarlo verso un’approvazione preventiva. Che le scelte di policy facciano la differenza lo dimostra la Grecia, geografia dispersa e orografia complicata come l’Italia, che con tre operatori e due sole reti ha attivato il 5G stand alone, lanciato servizi premium di accesso radio fisso e visto risalire i ricavi medi per utente.

A rendere la questione strategica, e non solo industriale, è il tema della sicurezza. Le telecomunicazioni non sono più un supporto ai processi delle aziende e delle amministrazioni, ne sono diventate il processo stesso: si gestiscono così le reti elettriche, la sicurezza pubblica, la difesa. Per dare la misura di che cosa significhi dipendere da questa infrastruttura, Missori ha richiamato un episodio vissuto in prima persona: quando le forze russe hanno messo fuori uso Kyivstar in Ucraina, per tre giorni nel Paese non ha funzionato una sola SIM, lasciando senza rete chi doveva chiamare un’ambulanza, controllare il conto in banca o far funzionare la macchina della difesa. È stata Ericsson, con il proprio personale ucraino, a ricostruire la rete. La domanda che ne discende, ha spiegato, non riguarda solo la protezione da un attacco informatico, ma la fiducia in chi quell’infrastruttura la costruisce e la gestisce.
Il terreno dei campioni
È in questo quadro che si colloca l’argomento centrale di Missori, quello del posizionamento europeo. Delle tre tecnologie del decennio l’Europa ha di fatto perso il cloud, dove è difficile immaginare oggi di costruire un hyperscaler capace di competere con i blocchi americano e cinese, e insegue nell’IA, dove pure esistono esperimenti come Mistral ma con investimenti inferiori di uno o due ordini di grandezza. Il 5G è l’unico campo in cui il continente conserva una leadership tecnologica: i principali fornitori di reti mobili sono due europei, Ericsson e la finlandese Nokia, e due cinesi. Gli stessi Stati Uniti, ha ricordato Missori, hanno scelto Ericsson come fornitore di riferimento, trattandola di fatto come un campione domestico per via del personale, dei centri di ricerca e degli stabilimenti presenti sul territorio. "L’unico campo in cui siamo padroni dal punto di vista della tecnologia è il 5G", ha sintetizzato Missori. Il paradosso, ha rilevato, è che questi campioni europei esistono, ma in Europa non ricevono lo stesso riconoscimento e lo stesso sostegno che gli Stati Uniti riservano a Ericsson sul proprio mercato.
Il paradosso, nella sua lettura, è che l’Europa rischia di perdere anche quest’ultimo primato non per un ritardo tecnologico, ma per assenza di scelte. Le infrastrutture di rete durano decenni e vanno costruite adesso, mentre il 6G, che si appoggerà per la gran parte sul 5G di oggi, è atteso intorno al 2030. Per un’azienda che taglia il traguardo dei 150 anni e investe ogni anno cinque miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, il messaggio a Italia ed Europa è che un vantaggio competitivo accumulato in un secolo e mezzo si difende agendo nei prossimi mesi, non nei prossimi anni.











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