Formazione a distanza: a che punto è la scuola italiana? Ne parliamo con TP-Link

Formazione a distanza: a che punto è la scuola italiana? Ne parliamo con TP-Link

Il coronavirus ha costretto gli studenti di tutto il mondo a cambiare il modo in cui seguono le lezioni, dando una repentina accelerata alla formazione a distanza. L'Italia è pronta a questa rivoluzione? Ne abbiamo parlato con TP-Link

di pubblicata il , alle 13:41 nel canale Innovazione
TP-Link
 

L'anno scolastico 2019-2020 verrà ricordato molto a lungo. Per la prima volta dopo tantissimi anni, tutte le scuole italiane (e non solo) di ogni ordine e grado si sono trovate a dover fronteggiare una situazione imprevista e, per rispettare il distanziamento sociale, hanno implementato in fretta e furia politiche di formazione a distanza. Politiche che, a quanto ne sappiamo, non verranno abbandonate a settembre, quando ripartiranno le lezioni. Molto probabilmente, seppure con una maggiore apertura, una buona fetta degli studenti continuerà per motivi di sicurezza a seguire lezioni da casa, tramite il computer o il tablet. Magari non tutti i giorni, dato che le istituzioni stanno valutando la possibilità di alternare lezioni tradizionali a quelle in modalità e-learning, ma quello che è certo è che il prossimo anno scolastico non vedremo classi piene zeppe di studenti.

Viene però da chiedersi se l'Italia, così come il suo sistema scolastico, siano in grado di affrontare questa sfida. Secondo Luca Siboni, Distribution Key Account Sales Manager di TP-Link, ci sono tre aspetti sui quali è necessario lavorare affinché sia realmente possibile adottare delle serie politiche di e-learning:  

  • Infrastrutture del paese
  • Infrastrutture degli istituti scolastici
  • La formazione del corpo docente

Luca Siboni_Distribution Key Account Sales Manager di TP-Link

L'Italia deve aggiornare la propria infrastruttura di rete se vuole abilitare la formazione a distanza

Non tutti hanno un PC, o un tablet, e una connessione a Internet, soprattutto fra gli studenti delle scuole primarie e secondarie. Questo è stato uno dei primi problemi da affrontare, se vogliamo il più semplice: è bastato un investimento per poter acquistare dispositivi e connessioni così da permettere a tutti i ragazzi di non rimanere esclusi. Dispositivi che non sempre sono arrivati in tempo, ma si suppone che entro settembre si riesca a distribuirli ai ragazzi che ne hanno bisogno. 

Risolto questo problema, però, ne emerge un altro, ben più difficile da sanare: l'infrastruttura di rete italiana. "C'è stato qualche miglioramento a partire dal 2018 e abbiamo rimontato 7 posizioni sulla classifica DESI, migliorando per quando riguarda la banda larga, meno su quella ultralarga", spiega Siboni, ma questo non consola. Se la banda larga infatti ora raggiunge il 90% delle famiglie italiane, quella ultra-larga (sopra i 100 Mbps) copre meno appena il 24% della popolazione

Risulta evidente che se da un lato per gli studenti è più facile accedere alle lezioni, la limitata diffusione della banda ultra-larga crea un problema alle scuole stesse: è da lì che gli insegnanti devono fare lezione, ed è fondamentale avere connessioni all'altezza.- Ma come specifica Siboni "solo il 24% delle scuole secondarie ha una connessione da almeno 30 Mbps" mentre per quanto riguarda le primarie la situazione è ancora più complicata, tanto che solo il 10% degli istituti ha una connessione considerata accettabile per questo tipo di didattica.  

Un problema più sentito al Sud che al Nord, anche se la situazione sotto questo profili sta, lentamente, migliorando, grazie anche agli sforzi messi in atto dagli operatori. 

E-learning-online-education-concept-school-desk

La soluzione del problema però non si ottiene semplicemente portando la fibra in ogni scuola. Bisogna anche adeguare gli istituti, che rappresentano un collo di bottiglia anche in quelle zone dove la velocità delle connessioni non sono un problema. Saremo in grado di adeguarli per settembre? Siboni sembra scettico sotto questo profilo: "Le scuole non sono attrezzate e ci vorrà del tempo, dal momento che vanno coinvolti system integrator e altre figure per dotare dì una struttura adeguata". Fare e-learning del resto non significa semplicemente usare fare lezione via webcam: le scuole dovrebbero avere dei loro repository per i dati da condividere con gli studenti, dovrebbero cambiare il loro approccio agli strumenti e all'insegnamento se vogliono essere efficaci sotto questo profilo. "L'augurio è che la via sia tracciata e che si investa intelligentemente, perché dopo il 2015 non si è più investito", commenta Siboni.
Da 5 anni, insomma, non sono stati fatti nuovi investimenti tecnologici, per la scuole e, cosa più importante, nemmeno sotto il profilo del capitale umano, cioè sulla formazione dei docenti. "Se non investi su questo per cambiare la sensibilità, allora non si potranno fare passi in avanti".

Non solo infrastrutture: il problema del capitale umano

Un aspetto di cui si parla poco è quello della capacità degli insegnanti di usare gli strumenti digitali e, soprattutto, di adeguare le loro lezioni a un nuovo approccio. "Pochi hanno competenze digitali di base in Italia, ma all'interno delle scuole solo il 20% dei docenti ha frequentato corsi di formazione digitale". Ultimamente anche a scuola si è iniziato a usare il digitale, ma in maniera ancora limitata: secondo AGCOM, meno della metà dei docenti (47%) usa il computer per fare lezione, ma nella maggior parte dei casi, viene sfruttato solo per reperire informazioni, che poi vendono condivise in maniera tradizionale. 

C'è stata sì un'apertura al digitale, insomma, ma a metà, fatto che impedisce di sfruttare al meglio il potenziale del digitale. 

Secondo Siboni, questo momento di crisi può rappresentare però una grande opportunità per la scuola italiana, che avrà finalmente una forte spinta ad approcciarsi a nuove tecnologie e nuovi strumenti. Per vincere la sfida, però, devono fare tutti la loro parte, a partire dalle istituzioni. Passando la palla nelle mani delle scuole, si rischierebbe infatti di avere delle zone di eccellenza contrapposte ad altre che rimangono indietro, una situazione che non è accettabile: stiamo parlando della scuola, del resto, quella che formerà la prossima classe dirigente, e non possiamo prendere il problema sottogamba. Le istituzioni dovrebbero coordinare, puntando come già sta facendo sulla tecnologia e le infrastrutture, ma non tralasciando la formazione dei docenti, che rimane un punto fondamentale per far sì che l'insegnamento sia realmente efficace. 

Siboni in ogni caso ha un atteggiamento positivo ed è convinto che si riuscirà a trovare la quadra anche se specifica che "Ci vorrà del tempo, non è un interruttore che accendi e spegni". Se probabilmente arriveremo un po' lunghi all'appuntamento si settembre, quando inizierà il nuovo anno scolastico, la speranza è che si recuperi velocemente il tempo perso. 

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1 Commenti
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lucusta06 Maggio 2020, 21:29 #1
"Pochi hanno competenze digitali di base in Italia, ma all'interno delle scuole solo il 20% dei docenti ha frequentato corsi di formazione digitale".... e spesso si parla di certificazione ECDL..

spesso mancano le basi.
insegnanti che non riescono a caricare files sui server per il limite di massimo dimensionamento per file (spesso, troppo spesso limitato ai 2MB a file!), ma che non riescono a convertire in risoluzioni inferiore i documenti acquisiti (dove spesso si parla di semplice schede cartacee acquisite a 300 e passa DPI, riversate poi in un PDF unico ed enorme).
o link a piattaforme che non hanno un minimo di aspetto "safely" per i minori, che dovrebbero consultarle in modo indipendente (e senza distrazioni, perchè linkare una videolezione su YT, ad esempio, quando i ragazzi si trovano accanto le miniature dei video ad argomenti molto più stuzzicanti, non li fà certo concentrare su quello che dovrebbero fare).

i problemi tecnici si risolvono, beno o male, ma se non si cambia la mentalità e la capacità...

ho visto poi insegnanti che riuscivano a mantenere un buon andamento dell'insegnamento con classi di 25 alunni, hanno letteralmente collassato quando lo hanno dovuto affrontare telematicamente per l'enorme carico in più richiesto (e dobbiamo pensare ci sono insegnanti che annoverano oltre 200 alunni per le loro 18 ore a settimana, non solo nelle università, ma anche nelle scuole primarie e secondarie), aggravati da corsi specifici per alunni con un profilo diverso da quelli normali (perchè ormai l'estrema profilazione delle singole "patologie" dei ragazzi sta sfociando nella questione che non ci sono più alunni definibili "normali" ) .

quindi spero che prossimamente si guardi anche a questo aspetto, ossia che per avere un buon insegnamento l'insegnante deve dedicare il giusto tempo per ogni studente e che quindi diminuisca il numero di ragazzi per classe, anzi, meglio: che non esista più la divisione in sezioni delle classi, ma che i ragazzi siano equamente divisi per il numero degli insegnanti.
se dev'essere e-learning, o qualsiasi forma intermedia, mista o ibrida, che venga fatto in modo giusto, con una riforma scolastica adeguata (una vera e non che si fondi sul come dare i giudizi ai ragazzi, ma come insegnare al meglio!).
nessuno vieterebbe di avere più di un'insegnante per materia, uno che si dedica all'e-learning, uno che lo faccia con il classico insegnamento frontale; con l'e-learning le distanze si annullano e un docente potrebbe far lezione a 10 ragazzi sparsi anche in 10 città italiane diverse.

in pratica vanno ripensata la scuola, il modo d'insegnare, le ore d'insegnamento, le tipologie d'insegnante e altre mille cose che richiedono un'organizzazione coordinata e non settorizzata come avviene oggi.
una rivoluzione più che una riforma.

e da questo lo Stato deve rendersi conto che la scuola è l'investimento migliore che si possa fare per il Paese, quindi invece di dare 500 euro quando fai 18 anni, dai sussidi per l'acquisto dei sistemi per affrontare questa sfida, impegnati a modernizzare l'aspetto tecnico, non meno forzando l'adeguamento delle infrastrutture e non lasciandole in mano a chi ha più interesse a diffondere la tecnologia per veicolare remunerativi dati pubblicitari o "sociali", ma anche, o meglio principalmente, il livello base per la comunicazione; mettere quindi il diritto di accesso alla rete come statuto del Paese, nella costituzione.

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