I container come piattaforma del futuro: intervista con Red Hat

I container come piattaforma del futuro: intervista con Red Hat

Abbiamo intervistato Vittorio Colabella, Middleware Sales Leader di Red Hat, e abbiamo avuto l'occasione di parlare di come l'azienda veda i container, la virtualizzazione e l'evoluzione di questo mercato

di , Riccardo Robecchi pubblicata il , alle 12:51 nel canale Cloud
Red HatLinux
 

I container sono uno strumento per molti versi rivoluzionario e in grado di cambiare molte dinamiche nello sviluppo e nella messa in opera del software. Red Hat sta scommettendo da tempo su questa tecnologia e su un modello ibrido di cloud, fattori che hanno concorso alla decisione di IBM di acquisirla lo scorso anno. Per capire come Red Hat veda i container, la virtualizzazione e il modello del cloud ibrido abbiamo parlato con Vittorio Colabella, middleware sales leader di Red Hat.

OpenShift, i container, la virtualizzazione: ne parliamo con Red Hat

Red Hat OpenShift

Si parla spesso di container come fossero una panacea o qualcosa di magico, ma la verità è che non sono né l'una, né l'altra cosa. Come fa notare Colabella, "la virtualizzazione è nata dalla necessità di creare più macchine su una singola macchina hardware: se c'era bisogno di avere dieci applicativi diversi su una macchina fisica, si usava la virtualizzazione che creava poi quei processi applicativi che rispondevano alla logica desiderata. Oggi, però, ci domandiamo: ma perché, se c'è bisogno solo di una porzione del sistema operativo per far girare la mia applicazione, non si prendono solo essa e il runtime con cui gira e li si isola? Alla fine parliamo di processi, non c'è niente di complesso."

Il vantaggio dei container è, in effetti, proprio il fatto che permettono di semplificare molti aspetti e proprio questa semplificazione si rivela interessante per le aziende perché permette potenzialmente di risparmiare sui costi operativi. Va detto che non tutte le applicazioni sono adatte a essere inserite in un container e bisogna quindi effettuare un'attenta analisi per capire se i propri applicativi possono essere "containerizzati" o se bisogna comunque ricorrere a metodi più "tradizionali". Se configurati correttamente, "i container [eseguiti su macchine proprie] possono essere anche più efficienti del public cloud [dal punto di vista dei costi], perché quest'ultimo non riuscirà mai a raggiungere il livello di efficienza dato dal toccare direttamente l'hardware", afferma Colabella.

I container permettono dunque di effettuare dei cambiamenti anche profondi nel modo in cui si gestiscono sia il software che l'hardware impiegato per eseguirlo. "Si sta spostando l'attenzione più alla qualità delle applicazioni, alla velocità con cui vengono rilasciate, all'efficienza con cui le infrastrutture sono in grado di ospitarle e di farle scalare", continua Colabella. "A cascata si pone la necessità di scegliere modelli infrastrutturali più efficienti e più moderni rispetto al passato, che possano essere un fattore accelerante di quest'innovazione, a volte anche estraendo budget dalle vecchie tecnologie per liberarlo e renderlo disponibile per questo rinnovamento." Ma non sempre questo basta, perché il codice resta l'elemento di fondamentale importanza. "Ovviamente però bisogna lavorare sulla qualità del codice. Molto spesso l'efficienza non deriva dall'hardware, ma da come è scritto e progettato l'applicativo."

E a questo proposito non si può non citare il tema della sicurezza, che parte proprio dalle modalità con cui è scritto il codice: "la sicurezza è un tema ampio. Non è un prodotto, non è qualcosa che c'è in un sistema operativo, è un insieme di cose. Oggigiorno non basta più un firewall o un antivirus: posso metterne quanti ne voglio, posso mettere cifrature di tutti i tipi, ma se poi il codice accetta una query scritta a mano nell'interfaccia Web... La sicurezza va approcciata a tutti i livelli e ciò che come Red Hat stiamo cercando di fare è aiutare i clienti ad avere questo approccio, che parte proprio dal codice e da come viene scritto."

Vittorio Colabella

Red Hat sta scommettendo sul fatto che l'approccio di gestione che è emerso nell'ambito dei container sia quello che offre le maggiori possibilità di successo e per questo ha introdotto in OpenShift la possibilità di gestire anche macchine virtuali, grazie a KubeVirt. "Oggi abbiamo logiche basate su macchine virtuali, come gli ambienti di sviluppo, che vengono usati pochissimo, e questa soluzione è ideale. Non è una sostituzione della virtualizzazione [classica], però è un modo tattico per permettere a un cliente di andare a consolidare la propria infrastruttura che ospita container e macchine virtuali e fare efficienza per liberare risorse da dedicare ad altro."

Un modello aperto che non cambia dopo l'acquisizione di IBM

Parlando di come viene scritto il codice, non si può non domandare: perché le aziende dovrebbero preferire il modello open source di Red Hat rispetto a soluzioni alternative, come ad esempio la piattaforma Tanzu di VMware? "Ne faccio una questione anche a prescindere dall'aspetto dell'open source, perché OpenShift è molto più omogenea, matura, semplice ed efficiente della soluzione (comunque ottima) di VMware. Ma riguardo l'open source, alle volte mi chiedo come sarebbe l'IT senza esso, come sarebbe se non ci fosse Linux, se dietro a Linux non fossero nate tantissime comunità... L'open source ha permesso alla tecnologia dei container di arrivare a un livello di innovazione che un approccio tradizionale probabilmente non avrebbe raggiunto e anche i fornitori di soluzioni tradizionali hanno poi dovuto seguire e non sono rimasti al palo. Penso che, a prescindere dal tema tecnologico, aderire al filone open source significa avere una garanzia di avere evoluzioni che non arriveranno [solo, NdR] per logiche di mercato ma semplicemente perché qualcuno ha realizzato qualcosa e vuole condividerlo. Red Hat fa poi questo miglio in più per cui stabilizza e rende sicuro il software, però poi questa stabilizzazione ritorna alla comunità."

Prorio l'aspetto della comunità è particolarmente importante per Red Hat, dato che si tratta di un nome di spicco nel mondo Linux. Dopo l'acquisizione da parte di IBM, la comunità si è molto divisa e molti hanno iniziato a vedere nelle azioni di Red Hat (come la scelta di dismettere CentOS) un segno che IBM e le sue logiche aziendali avessero prevalso. "Non ho visto questo cambiamento", ci dice Colabella. "Anzi, avendo lavorato in IBM ho visto molte acquisizioni fatte senza preservare il DNA dell'azienda; qui invece sembra l'esatto opposto e che si cerchi di unire i geni aperti e flessibili di Red Hat con quelli strutturati di IBM. Alcune volte non è facilissimo e sono presenti situazioni più conflittuali, ma è normale dato che rimaniamo due entità separate. Sono personalmente molto soddisfatto."

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